Omeopatia: la teoria di Hahnemann

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L'OMEOPATIA
L'omeopatia e' una teoria medica sviluppata all'inizio del 1800 da Samuel Hahnemann, un medico dotato di grande cultura e acume. Nell'omeopatia si ritrovano tracce di ipotesi mediche risalenti all'epoca greco-romana, in particolare l'ipotesi che una malattia possa essere curata con un farmaco che causa sintomi simili. Purtroppo, pero' Hahnemann disprezzava i medici suoi contemporanei e le loro teorie (che erano invece alquanto avanzate), negava il valore scientifico dell'anatomia patologica e fondo' la sua teoria sulla sola analisi dei sintomi, una posizione gia' allora decisamente obsoleta. Per di piu', con l'avanzare dell'eta', Hahnemann inclinava sempre piu' verso un misticismo dogmatico e criticava aspramente non soltanto i medici che non praticavano l'omeopatia ma perfino i suoi stessi allievi se questi non erano completamente proni alla sua dottrina, che includeva vari riferimenti ad entita' "spirituali" tanto nella malattia e nella fisiologia quanto nella farmacologia. Dopo la morte di Hahnemann, i suoi discepoli e seguaci si divisero in varie scuole, alcune piu' razionalistiche e inclini a compromessi con la medicina convenzionale (i cosiddetti "mezzi omeopati"), altre piu' estremistiche. Il piu' noto difetto teorico dell'omeopatia, ma non il principale e' il ricorso a diluizioni estreme dei farmaci, tali che il "rimedio" omeopatico non contiene piu' neppure una molecola della sostanza o miscela da cui prende il nome. L'efficacia delle terapie omeopatiche, nella migliore delle ipotesi e' modesta e certamente non giustifica le pretese degli omeopati; inoltre gli studi nei quali sono riportati i risultati piu' favorevoli sono spesso quelli metodologicamente piu' dubbi. Per contro sono ampiamente riportati danni ed effetti collaterali importanti relativi a terapie omeopatiche, spesso dovuti all'adulterazione accidentale o intenzionale dei rimedi.

LA TEORIA DI HAHNEMANN
La teoria omeopatica fu elaborata da Samuel Hahnemann (1755-1843) a partire dal 1796 e rimaneggiata dai suoi allievi e successori in vari modi, spesso incoerenti tra loro e con l'originale. I suoi capisaldi fondamentali sono:
1) la legge dei simili, secondo la quale una malattia puo' essere curata con quel farmaco o veleno che ne riproduce il piu' possibile i sintomi: similia similibus curentur (il simile sia curato dal simile) o similia similibus curantur (il simile e' curato dal simile).
2) L'ipotesi vitalistica, secondo la quale l'organismo vivente e' tale grazie ad una forza di natura spirituale che lo abita, la dynamis o forza vitale.
3) La necessita' dell'individualizzazione assoluta della terapia: ogni caso clinico e' sostanzialmente unico e non assimilabile a nessun altro.
4) la legge degli infinitesimi, secondo la quale il rimedio omeopatico rimane attivo, o aumenta la sua attivita' se la dose viene ridotta o addirittura annullata grazie ad un procedimento di diluizioni seriali.
Come tutti i riformatori, Hahnemann rifiutava e denigrava la tradizione medica ed invitava i suoi seguaci ad abbandonare i libri e a dedicarsi all'osservazione della natura. Pero', poiche' scrisse vari libri, egli intendeva che fossero rifiutati i classici della medicina, non i libri in generale, ed i suoi in particolare. E' notevole come Hahnemann non si ponesse il problema che i classici fossero basati su osservazioni buone quanto le sue, ne' che nessuno puo' investigare compiutamente una disciplina ricorrendo esclusivamente alla sua esperienza e rinunciando a quella altrui: ad esempio egli rifiutava l'anatomia patologica e non praticava autopsie; pertanto l'omeopatia rinunciava a priori ai dati forniti da questa branca della medicina, gia' solidamente affermata. Un secolo dopo, alcuni tra i successori di Hahnemann pretesero di rinunciare alle scoperte di Koch e Pasteur, proseguendo e rinforzando questa emarginazione della loro disciplina, e rendendola perspicua non solo per i suoi (stravaganti) contenuti, ma anche per le sue (clamorose) omissioni.
 
 
La LEGGE DEI SIMILI appartiene ad una tradizione medica molto antica, ma Hahnemann credette di riscoprirla a seguito di un esperimento che egli condusse su se stesso autosomministrandosi estratti di corteccia di Cinchona, la cura allora in uso per la malaria (dalla Cinchona si estrae il chinino, un antimalarico ancora in uso). Ad Hahnemann sembro' che l'intossicazione che si era procurato avesse una rassomiglianza con la malaria e ipotizzo' che la ragione dell'efficacia della Cinchona fosse la sua capacita' di indurre sintomi simili a quelli della malaria. Questo esperimento (condotto verso il 1790) ha una grande importanza per lo sviluppo della teoria e merita una discussione dettagliata. La legge dei simili appare in una pubblicazione del 1796 e sostiene che una malattia puo' essere permanentemente curata ed estinta da un farmaco che causi nell'individuo sano sintomi simili a quelli presenti nel malato. Nella teoria di Hahnemann la malattia e' una alterazione dinamica, spirituale, della forza vitale ed il suo unico aspetto materiale e' dato dai suoi sintomi: non c'e' spazio in questa teoria per la lesione anatomica o per l'alterazione biochimica. L'anatomia patologica all'epoca di Hahnemann era gia' una scienza consolidata e l'omeopatia nasceva obsoleta, anche se i primi omeopati non se ne erano accorti. Idealmente, secondo Hahnemann, si dovrebbe somministrare un solo farmaco alla volta e non ripetere la somministrazione finche' non sia ovvio che il paziente non e' guarito ma anzi la malattia prosegue, nella stessa forma di prima o in un'altra (nei suoi ultimi scritti Hahnemann mantenne il divieto di somministrare piu' farmaci insieme, ma suggeri' che la dose prescelta di ogni singolo farmaco dovesse essere somministrata ogni giorno).

Hahnemann offre due distinte giustificazioni della legge dei simili:
1) IPOTESI DELLA MALATTIA TERAPEUTICA: poiche' la malattia non ha substrato materiale (ad es. anatomopatologico o microbiologico), e' possibile sostituire la malattia "naturale" del paziente con una malattia iatrogena, cioe' causata dai farmaci, purche' la seconda sia molto simile alla prima nei sintomi ma piu' grave [Hahnemann, Organon VI ed., par.26]. A differenza della malattia naturale, quella terapeutica e' sotto il controllo del medico che puo' interromperla interrompendo la somministrazione del farmaco. La terapia passa quindi attraverso la sostituzione della malattia naturale con un'altra malattia, ed e' la seconda ad essere guarita, non la prima. L'ipotesi che una malattia possa guarirne un'altra appartiene anch'essa alla storia della medicina, ma in una forma empirica e non sistematica.
2) IPOTESI DELLA REAZIONE DELL'ORGANISMO: il farmaco omeopatico stimola una reazione dell'organismo piu' intensa di quella gia' in atto e promuove i processi autoriparativi [7: Hahnemann, Organon VI ed., par.66]. Poiche' lo stimolo e' simile a quello della malattia naturale (i sintomi causati dal farmaco e dalla malattia sono gli stessi) anche la reazione dell'organismo va nella stessa direzione. Questa ipotesi e' analoga a quella gia' presente nei testi greci piu' antichi.
Queste due ipotesi non sono tra loro alternative, ma non sono neppure logicamente collegate: sono semplicemente distinte e indipendenti. Infatti e' possibile ipotizzare che l'organismo reagisca piu' fortemente alla malattia terapeutica che a quella naturale, ma questa terza ipotesi non e' implicita ne' nella prima ne' nella seconda delle due originali. Purtroppo entrambe le ipotesi di Hahnemann sono erronee e non corrispondono alla realta' dei fatti, se non in casi particolari, impossibili da generalizzare; di conseguenza la loro valutazione e' puramente logica ed appartiene alla storia della medicina, non alla scienza medica attuale. Se le terapie omeopatiche funzionano (e ci sono ottime ragioni di dubitarne) questo avviene per motivi diversi da quelli ipotizzati da Hahnemann. Il VITALISMO era una teoria proposta nel XVII secolo da chimico G. Stahl e abbastanza in voga all'epoca di Hahnemann (ed anche dopo). Al vitalismo aderirono scienziati prestigiosi, da Bichat a Pasteur, e l'omeopatia non si identifica col vitalismo, anzi Hahnemann ricorse ad esso per giustificare e rendere plausibile la legge dei simili, e fu costretto a fare aggiunte e modifiche all'ipotesi originale. L'ipotesi essenziale del vitalismo stabilisce che gli esseri viventi sono animati da una energia caratteristica, la forza vitale, e muoiono se la consumano o la perdono. Stahl pensava che nell'organismo si contrapponessero fenomeni chimici e fisici, il cui fine ultimo era la decomposizione dell'organismo stesso, e processi vitali, che si opponevano ai primi [8]. Egli non poteva sapere che i processi di putrefazione del cadavere sono dovuti a batteri (questa dimostrazione e' dovuta alle ricerche di Pasteur e dei suoi successori, iniziate verso il 1860) e riteneva che rappresentassero i fenomeni di decomposizione chimica, non piu' impediti dall'azione della forza vitale. Per Stahl la forza vitale e' un fenomeno naturale come le energie della fisica e della chimica, che deve essere indagato scientificamente. Bichat, medico e anatomista francese contemporaneo di Hahnemann, accettava le ipotesi di Stahl e attribuiva alle forze vitali i fenomeni fisiologici della reattivita' (motilita', secrezione) e della sensibilita'; non e' pero' chiaro dai suoi scritti in che modo questi possano prevenire la decomposizione. Il testo fondamentale di Bichat e' liberamente accessibile sulla Biblioteca Digitale della SIB.
L'idea di Hahnemann era piu' ampia: egli accettava tuttte le ipotesi precedenti, ed aggiungeva quella secondo la quale la forza vitale e' un'entita' "spirituale" o "dinamica" [9], cioe' non legata alla materia che costituisce il corpo. Hahnemann aveva abbracciato il vitalismo relativamente tardi, molto dopo l'esperimento con la Cinchona che lo aveva convinto della legge dei simili: per lui il vitalismo era una teoria in grado di spiegare la sua dubbia scoperta. Hahnemann riteneva che ogni malattia fosse un'alterazione della forza vitale e che i sintomi ne fossero la manifestazione: il sintomo non era una conseguenza della malattia, ma la malattia stessa, o almeno la parte materiale ed osservabile di essa. Il farmaco possedeva (sempre secondo Hahnemann) una sua forza spirituale tale da perturbare la forza vitale del paziente, e solo grazie a questo intreccio di energie immateriali era possibile indurre la malattia terapeutica al posto di quella naturale.
Nonostante i tentativi di Hahnemann, il vitalismo non offre una spiegazione convincente della legge dei simili. Infatti una ovvia obiezione all'ipotesi della malattia terapeutica e' che non c'e' ragione per cui questa dovrebbe sostituirsi, e non affiancarsi, alla malattia naturale (ed il paziente si troverebbe ad averne due). Per superare questa obiezione Hahnemann postulava che la forza vitale non avesse memoria e non potesse "ricordare" la malattia naturale in presenza di quella terapeutica [Organon, V ed., par.34]. Ma naturalmente, se l'ipotesi fosse vera, comporterebbe anche che tutte le malattie non immediatamente mortali dovrebbero guarire, perche' la forza vitale non serba memoria dell'iniziale perturbazione e, se il paziente non muore e la causa della malattia viene rimossa, la guarigione prima o poi dovrebbe essere inevitabile, anche in assenza di una terapia omeopatica. D'altra parte, se la causa non viene rimossa, la malattia naturale dovrebbe ripresentarsi dopo la fine della terapia omeopatia. Secondo Hahnemann la malattia e' una perturbazione "dinamica" (cioe' non materiale) della forza vitale e si manifesta attraverso le alterazioni delle funzioni di quest'ultima: sensazioni e reazioni motorie o secretive. Sempre secondo Hahnemann, tutti i sintomi che il paziente presenta non sono altro che alterazioni delle funzioni attribuite alla forza vitale che viene perturbata dalla malattia; nessun sintomo e' casuale o non correlato agli altri e la malattia, quando si instaura, prende il controllo dell'intero organismo e determina tutti i sintomi, nessuno escluso.
L'insistenza sulla necessita' di investigare la totalita' dei sintomi comporta la paradossale conseguenza che ogni caso di malattia e' diverso da ogni altro ed impedisce qualunque sorta di classificazione o raggruppamento: OGNI CASO CLINICO E' SOSTANZIALMENTE UNICO. Questo aspetto della teoria Hahnemanniana e' particolarmente problematico: infatti si oppone al tentativo dei medici contemporanei, precedenti o successivi di riconoscere somiglianze tra casi diversi allo scopo di poter classificare le malattie. La classificazione delle malattie, a sua volta, e' finalizzata a riconoscere i fattori eziologici caratteristici di ciascuna; ed era ovvio gia' a Francesco Bacone, nel 1620, che solo attraverso il riconoscimento di somiglianze e caratteristiche comuni e' possibile l'investigazione scientifica dei fattori che determinano il realizzarsi degli eventi naturali. Hahnemann accusava i medici suoi contemporanei di essere grossolani nelle loro diagnosi basate sui soli sintomi comuni, ma mancava di riconoscere che dal suo insieme di casi unici non poteva scaturire nessuna conclusione generalizzabile.
Poiche' l'INDIVIDUALIZZAZIONE dei casi clinici si oppone alla classificazione, che richiede il riconoscimento di somiglianze e fattori comuni, l'omeopata essenzialmente rifiuta o sottovaluta i concetti della diagnosi, l'assegnazione di un caso clinico ad una classe nosologica, e della prognosi, la predizione dell'evoluzione della malattia basata sull'esperienza di casi simili a quello attuale.
 
 
La LEGGE DEGLI INFINITESIMI stabilisce che l'azione del farmaco non diminuisce ma aumenta se il farmaco viene diluito (e quindi se la dose somministrata viene ridotta), purche' la diluizione sia accompagnata da un energico mescolamento (succussione).
I farmaci di Hahnemann erano per definizione dei veleni: infatti per la legge dei simili il farmaco deve essere in grado di produrre sintomi simili a quelli della malattia del paziente. Di conseguenza somministrare i farmaci omeopatici comportava un rischio elevato, come Hahnemann aveva scoperto con la Cinchona. Per ridurre il rischio ed il disagio del paziente Hahnemann inizio' a diluire i suoi farmaci (all'epoca in prevalenza estratti vegetali).
Il metodo di Hahnemann era il seguente: il farmaco desiderato viene disciolto in acqua o acqua e alcol nella quantita' di 1g/100ml (se e' un liquido o un estratto vegetale la quantita' e' 2ml/100ml per tenere conto del diluente gia' presente; se e' insolubile si disperde 1g di sostanza in 99 g di lattosio solido mescolando in un mortaio) per ottenere la "tintura madre" all'1% (nel linguaggio di Hahnemann la soluzione o potenza 1c). Si prende quindi 1ml della 1c (o 1g se la 1c e' una polvere) e lo si diluisce di nuovo a 100ml con acqua (o a 100g con lattosio se e' una polvere), mescolando energicamente (succussione), per ottenere la 2c. Si ripete il procedimento precedente varie volte, per ottenere la 3c, la 4c, etc. fino alla 30c e oltre. La serie centesimale qui descritta non e' l'unica possibile (sono in uso anche la decimale e la cinquanta-millesimale) ma e' quella usata con maggiore frequenza. Poiche' il numero di molecole del farmaco presenti nella tintura madre e' finito e puo' essere calcolato con certezza, anche se varia a seconda della sostanza considerata, e' del tutto fuori di dubbio che alle diluizioni pari o superiori alla 11-12c (e per molte sostanze anche a diluizioni alquanto inferiori) la dose di preparato somministrata al paziente non contiene neppure una molecola del farmaco. Si deve inoltre considerare che molti rimedi omeopatici non sono sostanze pure, ma estratti vegetali crudi, che contengono le sostanze attive in quantita' piccole anche alla 1c.
Gli omeopati chiamano spesso "potenze" le loro diluizioni ed impiegano sia le basse potenze (4c-8c) che le medie (15c-30c) e le alte potenze (>30c). Nella dose somministrata al paziente dei rimedi omeopatici ad alta potenza non puo' essere presente neppure una sola molecola del farmaco, e questo punto ha costituito un ostacolo insormontabile per gli omeopati, ma si deve tenere presente che le diluizioni omeopatiche di bassa potenza non sono prive di farmaco.
C'e' una evoluzione nel pensiero di Hahnemann sull'effetto delle diluizioni, che e' stata ricostruita in dettaglio dall'omeopata inglese R. Hughes. Nel periodo 1796-1798 Hahnemann somministrava i suoi farmaci dosi di qualche grano (1 grano = 65 mg), mentre nel 1799 aveva cominciato a diluire gli stessi farmaci in miscele di acqua e alcol in proporzione di 1:2.000 e somministrava al paziente dosi di una diecina di gocce della soluzione cosi' ottenuta. Nelle pubblicazioni del 1801-1806 Hahnemann parla di diluizioni fino ad 1:1.000.000. Soltanto dopo il 1809 il metodo di Hahnemann si stabilizza sui sistemi di diluizioni seriali con base 10 o 100 in uso ancora oggi [Hughes, 1878]. In parallelo con l'aumento della diluizione Hahnemann modifico' anche la legge degli infinitesimi: all'inizio della sua carriera di omeopata egli usava la dilizione allo scopo di rendere il farmaco meno tossico e piu' tollerabile per il paziente, ma piu' avanti nel tempo egli si convinse che l'attivita' farmacologica aumentava all'aumentare della diluizione (di qui il concetto di "potenza"). Infatti quando Hahnemann adotto' l'ipotesi del vitalismo, attribui' l'effetto dei farmaci ad una loro forza vitale (spirituale), che veniva liberata dal processo di diluizione e succussione. Questa ipotesi era assurda anche rispetto al vitalismo: infatti i farmaci erano sostanze inanimate, per definizione prive della forza vitale. 

Dott.ssa Elena Guarneri

Medico Chirurgo